Breve incontro con un ex combattente della Guerra Civile Libanese

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Incontro per la prima volta Saadi in un elegante hotel nel quartiere di Hazmie, a Beirut, in occasione di una conferenza sui bambini soldato.

Mi colpisce non appena lo vedo, in piedi vicino al tavolo del buffet, perché ha in mano un enorme boccale di ceramica bianca, lo passa con disinvoltura al cameriere e gli chiede di riempirlo.

“…Lo porto sempre con me”, mi dice sorridendo, in risposta al mio sguardo incuriosito.

Ha un viso energico, segnato da rughe profonde e la fronte alta. I suoi occhi color nocciola, dallo sguardo penetrante, mobile e acuto, mi ricordano quelli di un falco.

Saadi è particolarmente sensibile al problema dei “bambini soldato” – spiega- perché dai sette ai vent’anni ha combattuto, all’interno di una delle tante fazioni in lotta durante guerra civile libanese.

”E’ stato mio padre a farmi entrare”, aggiunge in tono neutro, senza la minima ombra di giudizio ”Era in quel partito e così mi ci sono ritrovato anch’io. Oggi penso più che mai che abbiamo bisogno della Pace. Di respirarla”.

Rimango ad ascoltarlo in silenzio. Mi racconta spontaneamente gli eventi della sua vita in tono animato eppure tranquillo. Mi sembra evidente il suo desiderio di essere ascoltato, di condividere i ricordi che lo incalzano.

”Ci siamo trovati in una guerra e le siamo andati incontro. La violenza era dentro di noi. Sparavi, perché gli altri avrebbero sparato a te”.

Verso i diciotto anni, Saadi ha iniziato a maturare la scelta della Pace, ma la via verso il cambiamento non è stata facile. Ha significato lasciare i suoi compagni, perdere amici, intraprendere un lungo cammino interiore di accettazione degli altri.

”Ora mi rendo conto che la diversità, lo scambio di opinioni, sono ricchezze. Non rinnego nulla della mia vita, sto cercando di fare qualcosa di buono. Prima, non ero cosciente. Voglio dire, non ero cosciente di combattere contro persone che come me avevano il diritto di esistere. Ecco perché, come dico sempre, abbiamo bisogno di respirare la Pace ogni giorno.”.

Adesso, Saadi si occupa attivamente di promuovere la coesione sociale tra tutte le comunita’ del Libano e diffondere i valori della tolleranza e dell’accettazione della diversità, soprattutto tra i giovani. Testimonia il suo passato, come un monito per la ricerca di un futuro migliore, libero dai conflitti, dalla sopraffazione e da qualsiasi atto di violenza.

E’ un attivo membro dell’associazione “Fighters for Peace”. Quest’associazione, fondata nel 2014, riunisce ex combattenti della guerra civile libanese da diversi background sociali, religiosi e culturali. Dà loro uno spazio per condividere esperienze, memorie e problemi e propone iniziative di dialogo, Peacebuilding e riconciliazione all’interno della società libanese.

”Quando vado agli incontri, ogni tanto mi viene da sorridere, pensando che fino a qualche anno fa nessuno di noi avrebbe pensato di poter stare insieme, nella stessa stanza”, conclude Saadi, prima di mostrarmi con orgoglio alcune foto del figlio, che vive all’estero.

Di quest’uomo ammiro la dignità e il coraggio. Perché non si è chiuso di fronte alle ferite e alle brutture del suo passato, ma ne parla a voce alta e cerca in prima persona di testimoniare gli errori e costruire una società più equa e giusta per le generazioni che verranno.

L’insegnamento più grande che porto con me, dopo questo incontro così fugace eppure così significativo, è che la pace è una scelta. Una scelta che ognuno di noi può e deve rinnovare ogni giorno, di fronte ai piccoli e ai grandi conflitti della vita.

testo di Caterina Finetti, Beirut 20/02/2017

 

 

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Liberi di imparare

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Mariam e Sana sono stanche ma mi accolgono con un gran sorriso. È l’una e hanno appena finito di fare lezione con i bambini dell’asilo. Ci sediamo intorno a un tavolo. Di fronte a me c’è un pupazzo di neve fatto con i bicchieri di plastica, tanti cartelloni e disegni. Entrambe lavorano con Assomoud dagli anni ’90. Mariam ha una laurea in psicologia e Sana ha frequentato l’istituto di formazione “Ghassan Kanafani”.

Dal primo giorno che le ho incontrate e le ho viste lavorare con i bambini ho trovato che avessero una incredibile competenza e nel corso del tempo ho pensato che il modo migliore per comprendere sino in fondo il loro approccio educativo fosse intervistarle.

Dal vostro lavoro quotidiano emerge una notevole competenza in ambito educativo, come l’avete sviluppata?

Da quando abbiamo iniziato, a cadenza mensile, partecipiamo a training organizzati dalla nostra associazione. Si tratta di corsi che ci permettono di confrontarci con le nuove metodologie d’insegnamento e anche con professori universitari o esperti di altre organizzazioni provenienti da tutto il mondo.

Gli argomenti trattati riguardano principalmente le attività da svolgere in classe. Ci si confronta non solo sui contenuti e gli strumenti didattici da implementare, ma anche su aspetti che riguardano le capacità motorie, linguistiche e comunicative del bambino.
I corsi, inoltre, ci permettono di aggiornare i curricula didattici e migliorare la nostra programmazione annuale.

Com’ è gestita la programmazione di Assomoud?

Ogni anno nel periodo estivo fissiamo delle riunioni alle quali partecipano tutte le maestre dei sette asili sparsi in tutto il Libano.

Durante questi incontri sono definite le unità didattiche che saranno affrontate l’anno seguente.Cerchiamo di pianificare le attività nel miglior modo possibile mettendo in primo piano l’interesse dei bambini. Non partiamo dalle materie, l’oggetto della nostra programmazione è l’unità didattica e stabilito un argomento, decidiamo come tutte le materie possano essere associate ad esso.

Per riuscire a far questo lavoriamo molto sul “curriculum integrato” che ci dà continuità in termini di contenuti tra una materia e l’altra. Così durante le lezioni gli alunni non hanno la percezione di studiare solo arabo o inglese, ma capiscono che uno stesso argomento può essere affrontato da un punto di vista scientifico, matematico, artistico, linguistico e pratico.

Questo mese ad esempio, la programmazione didattica è sull’alimentazione: al primo anno della scuola materna viene trattato il latte, nel secondo le verdure, la frutta e il pane e nel terzo la piramide alimentare. Scoprono i colori degli alimenti, da chi e come sono prodotti, quali lettere si utilizzano per comporre il nome di un frutto, quanti litri di latte sono necessari per fare il formaggio etc etc.

Oltre alla teoria i bambini vivono in maniera esperienziale come si fa e si vende il pane, oppure come e quando si forma la muffa. Visitiamo le botteghe del quartiere, organizziamo cene per sostenere le famiglie più bisognose del campo. Per noi anche questo è parte integrante del processo di formazione. Il bambino fa così esperienze che lo aiutano crescere come allievo e come persona. L’idea è di vivere la scuola come un luogo che ti forma a 360 gradi.

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In che modo interagite con i bambini e come condividete con loro i contenuti di ogni unità?

Principalmente con il gioco, inteso come processo di conoscenza. Le attività sono divise in due fasi: in una si interagisce con tutta la classe, nell’altra i bambini vengono divisi in gruppi.

Nella prima parte, seduti in cerchio, condividiamo in maniera induttiva i contenuti principali di un argomento. I bambini, poi, in maniera deduttiva, stimolati dalle nostre domande, fanno riflessioni e associazioni di idee. Preferiamo che tra noi e gli alunni non ci sia solo una trasmissione verticale del sapere, ma che ognuno di loro, una volta ottenute le informazioni primarie, riesca a dedurre come ogni argomento si può sviluppare.

Nella seconda parte la classe viene divisa, i bambini sono invitati a lavorare distribuiti in gruppi (per colori o animali) nei diversi angoli di gioco (corner) appositamente studiati. Ciò ci permette, visto l’alto numero di bambini in ogni classe, di gestire meglio il lavoro e di avere un’interazione diretta con ognuno di loro.

In ogni corner si sviluppa un’attività differente in base alle esigenze e agli interessi degli alunni. La libertà di movimento da un’area all’altra è molto alta. Possono scegliere l’attività che più gli interessa. In alcuni casi li invitiamo a sedersi e a svolgere un esercizio – come ad esempio scrivere e riconoscere le lettere e i numeri – fondamentale per il processo di apprendimento previsto dall’unità didattica.

In ogni corner ci sono diversi giochi a disposizione che cambiano in base all’ambito di studio. Questo materiale è definito al momento della programmazione, ma è soggetto a modifiche continue, perché parte di un processo che noi consideriamo in continua evoluzione.

Quanti corner ci sono in ogni classe?

Non c’è un numero fisso. Variano quotidianamente in base ai contenuti.

Oltre alle aree di attività classiche come matematica, arte, scienze, scrittura, lettura, sono numerosi i laboratori sperimentali. I bambini possono ad esempio acquistare o vendere prodotti, curare i nostri pappagalli, giocare con la sabbia, pesare la frutta. Osservare una mela da che è acerba fino al suo stato di decomposizione, significa per il bambino non solo aver studiato il nome di un frutto ma aver sperimentato anche il suo ciclo di vita.

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Ho notato che le vostre lavagne sono molto piccole e poste ad altezza bimbo. Perché?

A volte puoi trovarci disegnato qualcosa, un animale, delle lettere o numeri, ma sono i bambini a utilizzarle. Sono rari i casi in cui adottiamo la lavagna come strumento di insegnamento. Ogni bambino ha una sua capacità e un metodo di apprendimento ed è per questo che prediligiamo l’utilizzo dei corner.

In altri asili del campo viene impiegata la lavagna come principale strumento d’interazione con i bambini. Preferiscono il metodo classico. Nei loro curricula sono previsti esami di valutazione e sembrano considerare il rendimento più importante delle attitudini naturali del bambino. Noi preferiamo interagire facendo esercizi presi dai libri o creati in base alle esigenze. Tutto ciò è possibile anche grazie ai corner.

La passione e la determinazione di queste due donne rappresentano per me come dovrebbe essere inteso l’insegnamento: un ambiente educativo nel quale si condividono conoscenze ed esperienze utili alla vita reale del bambino; una dimensione dinamica, propensa al progresso, che prevede una comunicazione orizzontale tra alunno e maestra.

foto e testo di Giorgio Lentini, Beirut 13/02/2017

“Quotidianità” di Bourj el Barajneh

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Il corridoio è stretto, le pareti sono in ombra, la poca luce presente arriva indiretta dalle piccole finestre. Saliamo in fila. Prima di entrare ci fermiamo sulla scalinata mentre le insegnanti avvisano la famiglia che stiamo per visitare per dare il tempo alle donne di mettersi il velo e a noi di toglierci le scarpe.

Veniamo accolti calorosamente. Il padre ha il viso incavato, scarno, con qualche capello bianco, la carnagione olivastra, la voce flebile e i movimenti lenti.

Tra le donne della casa, sedute con la schiena contro la parete c’è una bambina con le lentiggini. Indossa un cerchietto alla testa con le orecchie da Minnie, sono nere e grandi. Al suo fianco dorme un ragazzo completamente nascosto da una coperta di fustagno. Sono otto i bambini seduti qui ad ascoltarci.

La sala è grande, ricoperta di tappeti dove sedersi e prendersi del tempo per conoscersi e parlare.

Sono fuggiti tre anni fa dal loro villaggio di origine nel sud della Siria. Una zona controllata dal Free Syrian Army. L’uomo con cui parliamo è rimasto li finché ha potuto. Della sua casa oggi non ne sa più nulla.

Due figli dei suoi figli si guadagnano da vivere lavorando a Bourj el Barajneh. Al contrario della Siria, dove anche lui lavorava, qua non può più farlo perché é malato: il diabete lo sta gradualmente rendendo cieco.

Mentre una bambina ci porta dell’acqua e del succo di arancia penso alla generosità dimostrataci da queste persone che per potere comprare il cibo sono quasi esclusivamente dipendenti dalla carta distribuita dal World Food Programme. Un carta che per essere ottenuta richiede una registrazione come rifugiato alle Nazioni Unite e che non tutti fanno, chi per vergogna, chi per paura di ritorsioni.

Uno dei figli é in Svezia. Ha 19 anni ed é passato per la Turchia attraversando il mediterraneo per poi raggiungere la scandinavia. Il padre non sa in quale città viva.

“Loro” – indicando le bambine -, “frequentano entrambe la prima elementare”. Una ha otto e l’altra dieci anni. Solo oggi il governo gli ha concesso la possibilità di andare a scuola, dopo tre anni.

Parlando dei loro parenti, scopriamo che vivono lungo il confine tra la Siria ed il Libano in un villaggio sulle montagne dove passa la Damascus street. Una strada lunga quasi 120 km che collega le due capitali levantine le cui frontiere sono chiuse e controllate.

L’uomo di fronte a noi, Abu Maysa, indossa una maglia a maniche lunghe di cotone blu ed era un elettricista.

foto e testo di Riccardo Spalacci, Beirut 06/02/2017

Storia di Um Nabil e della sua famiglia

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Ogni venerdì Munira e Hayat, due maestre del centro di Assomoud, vanno in visita a casa dei bambini e delle bambine che seguono a scuola per creare prossimità e ascoltare i bisogni delle famiglie siriane.

Mentre le aspettiamo arriva Lara, una bambina di tredici anni, timida e magrolina. Porta un velo chiaro e tiene lo sguardo basso. È lei che ci indica la strada per raggiungere la sua casa.

Saliamo e ad ogni piano ci sono muri fatiscenti, coperti da qualche tappeto che sventola.

Al terzo piano ci accoglie una donna alta, ha più o meno sessant’anni e occhi neri come il suo velo. Sembrano occhi che hanno visto tanto.

“Salve e benvenuti” ci dice, invitandoci a toglierci le scarpe. Ci fa accomodare in una stanza dove il pavimento è ricoperto da tappeti e da alcuni materassi gialli. Il solo mobile presente nella stanza è una credenza semivuota al lato della porta.

La donna si siede di fianco a noi. È Um Nabil. Viene dalla Siria, da un paese nei pressi di Aleppo. È arrivata in Libano quattro anni fa, come molti siriani, per fuggire dalla guerra. Abu Nabil, suo marito, è partito per primo, con uno dei figli, “per trovare una casa e procurarsi dei materassi”. Poi lo hanno raggiunto anche la moglie, le cinque figlie e altri due figli maschi. Uno di loro è sposato e vive assieme al resto della famiglia in questa casa nel cuore del campo di Bourj al-Barajneh.

È raro trovare nel campo case abitate da una sola famiglia. Vivere insieme aiuta i diversi nuclei familiari a ridurre le spese dell’elettricità, dell’acqua potabile e dell’affitto.

Um Nabil ci racconta che nessuno dei suoi parenti è rimasto in Siria. “Chi ancora ci vive versa in condizioni disastrose, nella più totale paura e in vuoto di diritti. Dove abitavamo non c’è più acqua, non c’è più elettricità, non c’è più cibo. Chi è rimasto ha un fuoco sempre acceso, per potersi scaldare e fare del pane”.

Le parole di Um Nabil e di suo marito sono dense di una grande nostalgia, che si fa più viva quando ci dicono di voler tornare il prima possibile.

Mentre parliamo ci offrono un caffè che non possiamo rifiutare. “Siete nostri ospiti, è nostra tradizione offrirvi almeno un caffè” e così la stanza si riempie dell’odore di cardamomo.

Alla domanda “Come stai?”, Um Nabil risponde un classico “Hamdulillah” (bene, grazie a Dio).

Poi, però, ci dice che è malata. In Siria ha scoperto di avere un tumore. Finché le risorse economiche sono state sufficienti tornava in patria per essere curata dalla sua dottoressa. Dopo non è stato più possibile. Ora è in cura in Libano. È riuscita ad ottenere i medicinali gratuitamente, ma ha problemi a fare le visite specialistiche che qui per i rifugiati siriani molto spesso sono a pagamento.

Nel frattempo ci raggiunge Mayada, la sorella di Lara. Ha quattordici anni e un viso tondeggiante, messo in risalto dal suo velo blu con i brillantini. Tutte e due frequentano le classi di recupero del centro di Assomoud.

In queste vacanze sono un po’ triste perché non c’è scuola. Sono migliorata molto in inglese, gli insegnanti quest’anno sono più bravi e andarci mi piace di più” dice Mayada.

Um Nabil, guardandola, non sembra così convinta, dice che la sera Lara e Mayada vanno a dormire troppo tardi. Le due sorelle ridono tra loro. “Prepariamo da mangiare per nostro fratello e poi ci piace molto parlare con lui! Così non riusciamo mai a dormire prima di mezzanotte” si giustifica Mayada.

Appena nominano il fratello, Fares entra nella stanza. È un ragazzo alto, composto, si presenta portandosi la mano al petto in segno di rispetto. La famiglia è molto fiera di lui. È l’unico ad aver trovato un’occupazione. Lavora come fattorino di notte per un fast food. Di giorno frequenta l’università libanese. È al terzo anno di lingua e letteratura araba.

E cosa vuoi fare dopo?” gli chiediamo. Sorridendo ci risponde che non lo sa, forse l’insegnante, ma in realtà sogna di studiare almeno fino al dottorato.

Anche a Lara piacerebbe andare all’università. Immagina di laurearsi in lingua e letteratura inglese. Mayada invece vorrebbe diventare giornalista. I tre fratelli scherzano tra di loro e ne nasce una risata generale.

Arriva il momento dei saluti. Fares chiede di poter scattare insieme una foto ricordo. Siamo in piedi e vicini per riuscire ad entrare nell’inquadratura. Sorridiamo. È un sorriso che guarda al futuro.

Um Nabil, Abu Nabil, Mayada, Lara e Fares sono sulla soglia della porta di casa. Ci lasciamo così tra abbracci, ringraziamenti, sogni e speranze di tutti loro ma anche di tante altre famiglie siriane qui in Libano.

Testo di Teresa Biscosi. Foto di Riccardo Spalacci. Beirut, 16/01/2017

Educazione non formale: cosa succede a Burj el Barajneh?

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Siamo nel campo profughi di Borj el-Barajneh, situato nell’omonima municipalità, a sud di Beirut, a pochi chilometri dall’aeroporto internazionale “Rafiq Hariri”. Con noi c’è Zaher che ci racconta le attività educative nel centro di Assomoud che lei stessa dirige.

Zaher è accerchiata da bambini all’ingresso del campo di fronte alla moschea. Si preparano i festeggiamenti per la giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese.
Io e Riccardo veniamo invitati a fermarci per qualche minuto, giusto il tempo di lasciare l’impronta delle nostre mani sul cartellone che sarà utilizzato in occasione della festa.

Borj el-Barajneh è uno dei campi più popolosi del Libano.

Attualmente – ci spiega Zaher – il numero dei residenti è di circa 40 mila persone, più del doppio dei dati ufficiali (18 mila secondo UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi). La popolazione complessiva è composta da circa 25 mila palestinesi, provenienti per la maggior parte dal nord della Palestina, 14 mila siriani e 2 mila siro-palestinesi arrivati nel 2012 dopo lo scoppio della guerra e 2 mila di altre nazionalità, tra cui libanesi ed etiopi in condizioni economiche sfavorevoli.

La superficie del campo si estende per un chilometro quadrato. Tra cavi elettrici e tubi per la distribuzione dell’acqua (di mare), gli edifici hanno avuto negli ultimi anni un impressionate sviluppo verticale.

Ultimati i preparativi, Zaher ci accompagna alla sede dell’associazione, con cui collaboriamo supportando il personale educativo nell’insegnamento della lingua inglese.

Offrendoci un caffè, Zaher ci fa accomodare nel suo ufficio semplice ed essenziale.

Colpiti dalla sua personalità decisa, le chiediamo da quanto tempo collabora con l’associazione. Ci racconta che ha iniziato a lavorare come volontaria nel 1985, in piena guerra civile, durante l’assedio dalle milizie sciite di Amal, occupandosi di tutela ed educazione dei minori rimasti senza genitori. Dopo sei mesi, ci dice orgogliosa, le hanno proposto di firmare il suo primo contratto.

Chiediamo a Zaher di descriverci le attività svolte nel centro. Assomoud, infatti, opera da quarant’anni nel settore educativo definito “non formale”, oltre a fornire assistenza sanitaria come ginecologia, odontoiatria e urologia.

In un paese in cui lo Stato ha difficoltà a garantire il diritto allo studio a tutti, l’istruzione “non formale” rappresenta un fondamentale strumento di inclusione.

In Libano, però, ai profughi palestinesi e siro – palestinesi viene negato l’accesso alla scuola pubblica da parte del governo. È l’UNRWA, infatti, a fornire loro un’istruzione che comprende la scuola primaria e secondaria.

É per limitare queste carenze che associazioni come Assomoud operano, garantendo l’accesso scolastico a tutti i bambini ai quali questo diritto viene negato.

Zaher ci elenca i progetti in corso che mirano alla promozione del diritto allo studio.

Il primo, “Family Happiness”, prevede l’erogazione di un contributo economico mensile per ogni bambina o bambino accolto nel progetto, che potrà così affrontare gli studi dalle scuole primarie fino al diploma di laurea. In caso di abbandono scolastico, inoltre, ai più determinati e ai più fragili viene offerta l’opportunità di intraprendere un percorso di formazione professionale.

Si tratta di un’occasione in più per offrire un futuro migliore a minori in difficoltà che rischierebbero di non raggiungere una propria autonomia.

Il “Kindergarten” (scuola materna) coinvolge circa settanta bambini tra i 3 e i 6 anni. I bimbi hanno la possibilità di imparare l’arabo, l’inglese e nozioni di matematica. Gli argomenti trattati dalle varie materie sono comuni tra di loro. Richiamare costantemente i concetti, infatti, favorisce nei bimbi lo sviluppo di collegamenti interdisciplinari.

Un’altra delle iniziative di Assomoud è il progetto “Remedial Classes”.
L’idea è nata nel 2013 quando il Ministero dell’istruzione ha introdotto un doppio turno nelle scuole pubbliche, che prevede la frequenza diurna da parte dei libanesi e pomeridiana da parte dei siriani.
Con l’intento di ridurre il gap curricolare esistente tra gli studenti, libanesi e siriani, l’associazione organizza classi di recupero per circa 60 bambini tra i 7 e i 14 anni.

L’ultimo progetto interessa la classe “Special Needs”: l’obiettivo è di assicurare un’alfabetizzazione basilare a ragazze dai 7 ai 15 anni che hanno deciso di interrompere gli studi. La finalità è di inserire le minori in uno dei tanti corsi professionali promossi dall’associazione.

Nel centro – prosegue Zaher – si svolgono inoltre, a cadenza settimanale, incontri con i genitori, perché è ritenuto importante il coinvolgimento della famiglia nell’educazione dei figli.

Mentre salutiamo Zaher riflettiamo sul fatto che il centro rappresenta per molti, bambini, adolescenti e adulti, un luogo di crescita personale, all’interno del quale ognuno ha gli stessi diritti e le stesse possibilità.

Testo di Giorgio Lentini, foto di Riccardo Spalacci, Beirut, 19/12/2016

Confini scoscesi

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Una giornata nella valle della Beqaa, lungo il confine tra Libano e Siria, per parlare di pace.

La mia destinazione, oggi, è importante: sono diretta a Kfar Zabad, un piccolo villaggio situato nella valle della Beqaa.

Quest’ampia vallata, delimitata sia ad est che ad ovest da alte montagne, corre lungo il confine tra Libano e Siria ed è situata una settantina di chilometri ad est di Beirut.

Kfar Zabad è stato selezionato, assieme ad altri quattro villaggi dello stesso distretto, per beneficiare di un progetto ideato e promosso dal Permanent Peace Movement, l’associazione presso la quale sto collaborando tramite il Servizio Civile.

Il filo conduttore delle attività è la risoluzione dei conflitti, o meglio: la volontà di fornire, tramite workshops, eventi pubblici e tavole rotonde, una serie di strumenti pratici per la risoluzione pacifica dei conflitti, che possono riguardare sia il nucleo famigliare sia il contesto ben più ampio delle diverse comunità che da secoli convivono in un territorio di dimensioni così modeste come il Libano.

Il viaggio incomincia lasciandosi lentamente alle spalle il traffico e la confusione di Beirut.

Fadi, il presidente del PPM che mi sta accompagnando, fischietta tranquillo alla guida, interrompendosi di tanto in tanto per soddisfare la mia curiosità e raccontarmi qualche cosa di più sulla regione che stiamo per visitare, caratterizzata soprattutto dall’eterogeneità dei suoi abitanti. Musulmani e cristiani di varie confessioni (diciotto quelle attualmente riconosciute qui in Libano) sono, infatti, radicati da tempo su questo territorio.

Le ferite ancora visibili della guerra civile libanese – e a partire dal 2011 il progressivo aggravarsi della crisi siriana – hanno reso più difficoltosi gli equilibri, riacutizzando le tensioni sociali, soprattutto nella Beqaa.

Allontanandoci sempre di più dalla città, come per incanto, lo scenario cambia radicalmente.

L’aria inizia a farsi più fresca e rarefatta e ci troviamo circondati da alte montagne di pietra levigata, marrone chiaro. Il cielo è particolarmente terso e i raggi del sole vanno ad illuminare le cime, facendole quasi sembrare d’oro.

La Siria è proprio qui, appena dietro questa corona di montagne ed è una consapevolezza che mi riempie di emozione. Anche le case, quasi in omaggio al colore del paesaggio circostante, riprendono tutti i toni dell’ocra: molte sono rimaste vuote – continua a raccontare Fadi – perché a partire dagli anni ottanta tante persone le hanno abbandonate senza farvi poi ritorno.

Le principali fonti di sostentamento per gli abitanti della zona sembrano essere l’agricoltura e la pastorizia: superiamo infatti diversi campi arati e molte greggi di ovini, con numerosi bambini e ragazzi impegnati a sorvegliarle.

Quello del lavoro minorile è un fenomeno in crescita, diretta conseguenza della crisi siriana. Le opportunità di reddito, tanto in Siria come nei Paesi limitrofi, si sono infatti drasticamente ridotte, costringendo bambini di età sempre inferiore a dover contribuire in prima persona all’economia della propria famiglia, rinunciando troppo spesso a diritti basilari, primo tra tutti quello all’istruzione.

Guardando dai finestrini, noto agglomerati di tende più o meno ampi e gruppi di case fatiscenti e anguste: è qui che vivono moltissimi dei siriani attualmente presenti nel Paese.

Siria e Libano hanno avuto per secoli strettissimi rapporti economici e culturali, dovuti in primis alla prossimità geografica. Con lo scoppio della guerra in Siria nel 2011, tuttavia, il numero di siriani costretti a fuggire in Libano è significativamente aumentato. Le attuali stime dell’UNHCR registrano infatti circa un milione di rifugiati siriani in Libano. Il governo locale non riconosce loro lo status di rifugiati; inoltre, memore della pregressa esperienza palestinese, ha deciso di non istituire campi profughi. Gran parte dei siriani ha quindi dovuto provvedere autonomamente a trovare soluzioni abitative.  La maggior parte dei terreni edificabili è in mano ai privati e l’affitto anche solo di una casa modesta è molto costoso. Ecco perché nella maggior parte dei casi, l’unica opzione sono alloggi di fortuna o semplici tende come quelle che abbiamo adesso davanti.

Finalmente arriviamo a destinazione: è il palazzo della municipalità di Kfar Zabad. L’interno è luminoso e accogliente, nella sala dove ci accomodiamo ci sono molti libri, manifesti che pubblicizzano le attività dell’associazione e al centro della stanza campeggiano una serie di tavoli disposti a ferro di cavallo : tutto è pronto per l’inizio del workshop.

I partecipanti sono una quindicina tra uomini e donne e hanno tutti provenienze e vissuti diversi: ci sono siriani e libanesi, cristiani e musulmani sunniti e sciiti.

Incomincia l’incontro ed io rimango piacevolmente colpita dalle modalità utilizzate: ciascuno viene invitato ad esporre un problema che si è ritrovato a dover fronteggiare, per poi spiegare come ha cercato di risolverlo. Vengono ascoltate situazioni di tutti i tipi – da piccole incomprensioni tra coniugi a faide famigliari ancora irrisolte – e anche se non mancano occasionali momenti di palese tensione tra i partecipanti tutti si impegnano ad ascoltare e a dare consigli per trovare soluzioni propositive e pacifiche. Le occasioni di conflitto vengono presentate in una doppia chiave di lettura: certamente sono una fonte di stress, ma rappresentano anche un’occasione per migliorare le capacità di autocritica, di ascolto dell’altro e di analisi dei propri bisogni.

”Il Permanent Peace Movement”, sottolinea Fadi ”Crede molto in questo tipo di approccio: fornendo alle persone strumenti pratici per la risoluzione non violenta dei conflitti, si può arrivare fino alla riconciliazione tra intere comunità”.

Osservando le persone durante i vari interventi, mi concentro sul più anziano. E’ un vecchio signore siriano che indossa una lunga tunica bianca e un copricapo tradizionale rosso a quadretti. Sta seduto composto, non parla molto e i suoi occhi sono saggi ma pieni di ombre.

Poco dopo, lo ritrovo seduto su uno dei gradini davanti al palazzo, alla fine della discussione. E’ buio. D’un tratto si alza e comincia a mormorare qualcosa. Dopo un momento, riconosco le parole: è la shahada, la professione di fede musulmana. E’ indescrivibile il senso di dignità emanato da lui mentre si inginocchia a pregare rivolto verso le montagne, quelle stesse montagne che lo separano dal suo Paese.

Io lo guardo e penso alla Siria, una terra da secoli ricca di storia e di cultura, celebrata da molti scrittori arabi per la sua eleganza architettonica e per l’estrema raffinatezza intellettuale.

Un Paese che dal 2011 è devastato da una guerra civile ancora in corso, che ha costretto moltissimi siriani alla fuga e all’esilio.

Eppure, quest’uomo che ho di fronte ha il coraggio di sedersi attorno a un tavolo per parlare di pace, di riconciliazione, di prospettive, di futuro.

Sarà per questo che la prima parola che mi viene in mente, mentre lo osservo è… speranza.

Testo e foto di Caterina Finetti, Beirut, 12/12/2016

Creare comunità al di là di tutto

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Fadi Abi Allam, Presidente del Permanent Peace Movement, ci apre le porte della sua associazione che dal 1986 si impegna a diffondere nuovi modelli di educazione alla pace in Libano e per la prevenzione dei conflitti.

E’ il momento della prima visita alla sede del , (d’ora in avanti PPM), nostro partner locale nell’ambito del progetto “Education Without Borders”.

Prendiamo un taxi per Mekalles e subito il tassista ci chiede il motivo per cui siamo a Beirut. “Wain rayhin?” (dove andiamo?). Percorriamo una strada lunga, piena di salite e discese. Gli edifici, altissimi e moderni, intorno a noi, sono spesso la sede di una banca o di un istituto di bellezza. Arriviamo a destinazione. Lo smog è insopportabile, del resto i soli cedri presenti sono quelli delle bandiere del Libano che tappezzano la rotonda.

Arrivate in sede, ci apre un uomo alto, camicia bianca, volto rotondo e occhiali. È Fadi, Presidente del PPM.

Inizia a raccontarci la storia dell’organizzazione. All’epoca della sua fondazione, nel 1986, Fadi è appena diciottenne e si unisce ad altri ragazzi libanesi per proporre un modello di pace come soluzione alternativa al clima violento della guerra civile.

Nonostante la fine della guerra, gli ideali su cui si basa l’associazione sono più che mai attuali. È vero che la guerra è finita, ma non basta. Si deve far sì che la pace diventi un mezzo per avere diritti e garantire la giustizia e che la nonviolenza abbia la meglio sulla violenza strutturale che ha avvilito il Paese negli anni della guerra. Occorre parlare di coesione sociale ad un popolo le cui confessioni e fazioni politiche si sono combattute per quindici anni. La guerra è finita, ma bisogna che si inizi a parlare di pace, e questa teoria, valida allora, è valida ancora oggi, tutti i giorni e in tutti gli ambiti, perché “la pace non è un lavoro, la pace è vita” secondo Fadi.

Continua il racconto dei primi passi mossi da Fadi e dai suoi colleghi universitari. Sicuramente l’inizio non è facile, ma l’idea di un mondo pacifico dopo tanta violenza è una novità oltre che una necessità e produce curiosità nella popolazione. Inizialmente sono tutti volontari. Non ricevono fondi di nessun tipo e non sanno neanche a chi poterli chiedere.

Fra le macerie della guerra, i ragazzi del PPM “si inventano” un modo per raccogliere fondi.

Una delle loro prime attività, ad esempio, nel 1990 è di organizzare una giornata di canti e gare di disegno per adulti e bambini nel quartiere di Ashrafieh, in un posto molto particolare: un giardino completamente distrutto dalla guerra che verrà restituito alla comunità grazie ai soldi raccolti.

Il primo “stipendio” di Fadi è di duecento mila lire libanesi, “appena i soldi per pagarsi l’affitto da studente”, però c’è una causa più profonda che lo spinge, insieme agli altri, a continuare. È il desiderio di diffondere valori come la lotta nonviolenta per i propri diritti, il rifiuto dell’odio e dell’estremismo, la possibilità di una giustizia transizionale e l’utilizzo di mezzi alternativi e pacifici per la risoluzione di conflitti.

Con il tempo l’associazione prende piede tra le varie Ong arabe e internazionali. A partire dal 2000, ci spiega Fadi, “diventa una vera istituzione, non più solo volontaria: comincia in modo più sistematico la ricerca di fondi e donatori e si amplia la rete dei partenariati… Riceviamo diversi inviti perché il nome dell’associazione incuriosisce. Pace? Woooow, cos’è la pace?” ci dice, ridendo di gusto.

Il PPM punta molto sulla coesistenza pacifica delle varie comunità e, in un Paese come il Libano, questa è una sfida continua. Al di là delle differenze interne, negli ultimi anni la crisi siriana ha portato in Libano quasi un milione e mezzo di profughi, che si aggiungono ai circa 450000 Palestinesi già presenti. Per agevolare la convivenza tra le comunità, il PPM organizza da anni workshops che promuovono il rispetto reciproco e la riconciliazione. Tali attività sono rivolte soprattutto a segmenti sociali di tutte le età: donne, giovani, ex combattenti, anziani… “Abbiamo risultati soddisfacenti, non immaginate quanto!”

L’ufficio è pieno di libri in diverse lingue, riguardanti soprattutto la cooperazione e il peacebuilding. Ci sono diverse foto che testimoniano la crescita dell’organizzazione nel corso degli anni. I suoi membri hanno partecipato a numerosissime conferenze e incontri internazionali.

Fadi è un uomo che crede molto in quello che fa, si percepisce dal suo atteggiamento e lui ne parla anche, senza troppe inibizioni: “Io credo in quello che faccio, che sia pagato o no!”.

Prima di andare via, osserviamo ancora una volta l’ufficio e notiamo due scrivanie vuote. Capiamo che saranno le nostre e ci sentiamo entusiaste all’idea di poterle occupare per i prossimi dieci mesi.

Mkalles, Beirut – 19 novembre 2016